La complessità della società ipertecnologica che stiamo vivendo richiede nuove competenze e figure ibride: il manager della complessità diventa la nuova definizione di chi saprà, oggi e domani, affrontare in maniera dinamica il cambiamento dettato dalla trasformazione digitale e dai relativi modelli di business.
Il lifelong learning, in maniera analoga, sarà una delle peculiarità di queste figure che avranno necessità di continua formazione, aggiornamento e sviluppo di nuove skills.
Esattamente come afferma Piero Dominici in questo suo interessante articolo su The Morning Future.
Mentre il World Economic Forum lo dice chiaramente: [bctt tweet=”il 65% dei bambini che sono oggi alla primaria, da grande farà un lavoro che oggi non solo non esiste, ma che nemmeno sappiamo immaginare” username=”scorzafilippo”]
Dobbiamo fare i conti con una realtà in cui il tasso di disoccupazione è salito dal 21% al 35% nell’utlimo decennio e nella quale, secondo McKinsey, scompariranno oltre 800 mila posti di lavoro entro il 2030 a causa dell’automazione e della robotica.
In questo scenario che appare, a prima vista, cupo e pessimistico per l’occupazione, c’è però una buona notizia:
le nuove aziende nel mercato della digital economy stanno piano piano sostituendo i vecchi ed obsoleti modelli richiedendo, come conseguenza, nuove figure al mercato.
Queste affermazioni vengono confermate anche dalla Kauffman Foundation, che riporta che le nuove imprese saranno responsabili per tutti i nuovi lavori (al netto dei lavori distrutti): le imprese tradizionali distruggono posti di lavoro al ritmo di un milione l’anno, mentre le nuove imprese creano mediamente tre milioni di posti di lavoro l’anno.
Di cosa avremo bisogno: figure ibride
In questo contesto lavorativo, in cui le competenze e le conoscenze diventano rapidamente obsolete, di cosa avremo bisogno per colmare le lacune richieste?
Avremo sempre più bisogno di figure ibride, di profili professionali in grado di relazionarsi con immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, umanità e tecnologia.
Si perchè la complessità del mutamento e trasformazione in atto, le loro ambivalenze e velocità ci stanno mostrato l’inadeguatezza degli attuali processi educativi e formativi, ma anche l’inconsistenza dei piani di studio riduzionistici e dei tradizionali modelli educativi frontali.
Ci sarà sempre più bisogno di empatia, capacità di analisi, pensiero critico, predisposizione all’aggiornamento continuo e capacità di apprendimento rapido.
In questo contesto il learning by doing (apprendimento esperenziale) diventa uno dei fondamenti per tale processo: l’esperienza del fare partendo da ridotte basi teoriche che si rafforzano sperimentando tali nozioni.
Il processo educativo ha già parzialmente iniziato la sua rivoluzione proponendo nuovi metodi e canali che spaziano dal social learning al mobile learning, permettendo una costante e continua formazione a-temporale e a-spaziale.
Le figure ibride per il mercato del lavoro
L’approccio educativo che idealmente dovrebbe essere preferenziale rispetto ad altri, sarà quello interdisciplinare; questo significa che dovremo avere buone doti di comunicazione così come competenze informatiche (coding, analisi di dati e di marketing).
Al tempo stesso dovremo avere menti elastiche pronte al cambiamento, un approccio al design thinking e, di base, una spiccata curiosità se non addirittura essere multipotenziali e saper applicare la leadership all’interno delle nostre organizzazioni.
All’ultimo World Economic Forum, Jack Ma, fondatore di Alibaba, sottolinea ulteriormente la sfida dell’educazione:
[bctt tweet=”il sistema educativo pensato per la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo non è più adatto per la rivoluzione 4.0 del ventunesimo secolo.” username=”scorzafilippo”]Le macchine possono apprendere più cose in poche ore di quante ne possa imparare un uomo in una vita (vedasi machine learning e l’artificial intelligence).
Diventa allora fondamentale insegnare valori, competenze, pensiero critico e indipendente, empatia, capacità di lavorare con gli altri e la capacità di continuare ad apprendere, per tutta la vita.
Il paradosso
Se, nonostante i dati sulla disoccupazione, le aspettative prevedono la creazione di nuovi posti di lavoro grazie alle aziende che fanno innovazione, qual è il problema?
Il problema principale è che tali aziende in crescita non riescono a trovare figure qualificate nel loro segmento di mercato.
Già nel 2010, un rapporto Eurostat indicava che per i nuovi imprenditori la difficoltà di trovare lavoratori qualificati è un problema tanto significativo quanto l’accesso ai capitali.
Il settore della robotica, ad esempio, presenta una crescita annua del 10-15% richiede nuove competenze oltre che nuove conoscenze.
I profili maggiormente richiesti comprendono conoscenze di programmazione, design, comunicazione e analisi dati tanto difficili da trovare che alcune aziende, come la Comau, hanno deciso di creare le proprie accademie di formazione interne.
[embedyt] https://www.youtube.com/watch?v=sPfL9YIbYeY[/embedyt]Il mondo del lavoro è in costante cambiamento e la domanda potrebbe sembrare stupida ma, chi di voi avrebbe immaginato, dieci anni fa, che una delle professioni più richieste dal mercato oggi sarebbe stata il data scientist?
Lifelong learning guys!