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Lean presentation design e neurocopywriting

Non basta fare delle slide fighe.

Serve saper narrare, creare un flusso adeguato al pubblico, creare ispirazione e, sopratutto, mantenere l’attenzione.

Si perchè è un attimo che qualcuno in platea sfoderi il proprio smartphone ed inizia a farsi i cazzi suoi!

Il lean presentation design unitamente ad alcuni accorgimenti derivanti dal copywrighting possono davvero fare la differenza.

Ma ci vuole pratica, molta! (1)

Partiamo dalle basi, dalla domanda cardine: “per quale motivo stai progettando l’ennesima presentazione”?

Non importa se un .ppt .key o se su lucido (esistono ancora?)

A chi stai parlando? E cosa vuoi ottenere?

Se parti da questa semplice domanda e mantieni il focus su sulla risposta durante tutto il processo di design, accadranno cose meravigliose!

Ma ci vuole pratica, molta! (2)

Quindi ho deciso di scrivere questa guida mettendo a fattor comune tutti i miei pitch falliti (credo che nel periodo di fundraising di Amyko ne avrò almeno fatti una cinquantina), alcuni libri che ho letto sulla comunicazione (te li link a fine articolo) e le varie esperienza in veste da tutor / mentor su progetti all’interno dei master e programmi di accelerazione per startup.

Vi sono molti elementi di cui tener conto: per questo motivo ho iniziato da diverso tempo ad utilizzare lo schema del lean presentation design proposto da Maurizio La Cava nel suo libro sul tema.

Ho inoltre accorpato elementi di neurocopywriting derivanti dal testo di Marco La Rosa e di neuromarketing dal classico Robert Cialdini “le armi della persuasione”.

Ho messo tutto insieme e testato il framework svariate volte sia con clienti B2B che con studenti in Marangoni, iBicocca e Innovation School di Talent Garden.

Andiamo per punti, in ordine!

Self standing e not self standing

Esistono due tipologie di presentazioni:

  • Self standing: ovvero quelle che “mandi via mail” o, ancor meglio, di cui condividi il link in modalità visualizzazione nel tuo cloud (basta allagati nelle mail ragazzi, ndt)
  • Not self standing: quelle che presenti davanti al tuo capo o ad un pubblico del Ted (TedX dai…)

Le prime sono ricche di contenuti testuali, le seconde no. Questa è la differenza a livello di imnpostazione.

Tutto quello che scriveresti in una presentazione “self standing” è, in linea di massima, tutto quello che dovresti raccontare verbalmente in una “not self standing”.

In questo blog post parlerò di come costruire e disegnare la seconda tipologia di presentazione che, di norma, risulta più complessa in quanto contiene la tua narrazione, lo storytelling e la comunicazione verbale.

Più la tua ansia da prestazione.

Piccolo consiglio, fin d’ora, sulle presentazioni che mandi via mail: hai mai pensato di fare un loom? (o qualcosa di analogo, io utilizzo questo strumento ma ce ne sono molteplici che hanno la stessa funzione).

In pratica:

  • Apri loom
  • Presenti le tue slide a schermo intero
  • Avvi la registrazione su loom
  • Racconti, slide per slide, descrivendone i singoli concetti

In pratica fai “la spiega” dentro un video e mandi il link della registrazione al tuo capo / investitore / collega etc.

Funziona, davvero.

Questo perchè è molto più semplice guardare e comprendere i concetti espressi in un video piuttosto che cercare di interpretare quello che hai scritto in ogni chart.

Detto questo, andiamo a vedere i tre pilastri su cui costruire le proprie presentazioni “not self standing”.

Lean presentation design, i tre pilastri

Ti descrivo, per punti, le linee guida per la costruzione di una presentazione che dovrebbe fare da sfondo al tuo pitch.

Si perchè nelle presentazioni “not self standing” sei tu il protagonista.

Sei tu l’attore, il comunicatore, il soggetto chiave della scena.

Quindi, già da questo presupposto, il primo consiglio è il seguente:

slide con poco testo (magari un concetto chiave) e con immagini evocative.

Il nostro cervello lavora per immagini quindi cerca di trovare quelle più adatte ed appropriate (magari evita google immagini…).

Inutile che ti dica che devono avere una risoluzione elevata perchè se sul tuo 13″ sono bellissime, magari saranno pixelate sul maxi schermo o sul proiettore.

Puoi cercare immagini su Pexel, Unsplash e affini, non trovare scuse.

Limita il testo ad un Tweet, 140 caratteri, anche se mi dirai che negli ultimi anni è salito a 280.

Questo perchè non sarò mai in grado di ascoltare il tuo discorso e leggere un paragrafo di testo nella tua slide proiettata dietro di te.

Keep it simple and stupid.

Questo è il terzo consiglio. Deriva dal fatto che, di norma, ho poco tempo per concentrarmi, forse ho in mano il mio telefono o forse ho altri pensieri per la testa.

O forse, quello che mi stai raccontando è troppo difficile da comprendere (effort cognitivo).

Queste piccole premesse le dovevo fare, sono troppo importanti. Ora eccoti i tre pilastri di cui ti parlavo:

  • Public speaking
  • Contenuti visivi
  • Flusso

Sul primo elemento non ho, davvero, grandi consigli se non quello di registrarti.

E’ l’unico modo per migliorarsi.

Io ho iniziato a fare video non tanto per creare un mio canale YT ma, piuttosto, per migliorare la mia presenza in camera e, di conseguenza in pubblico.

Provo, quindi, a darti tutte le informazioni utili relative agli altri due punti (ma ricorda: registrati).

Contenuti visivi

Si, sempre quella cosa del “un’immagine è meglio di mille parole”.

Ci siamo capiti.

Ma il vero elemento chiave è il contesto che dovrebbe descrivere l’immagine all’interno della slide.

Deve essere in grado di emozionare e aggiungere quella sensazione non verbale a te che sei li davanti con il gira slide in mano.

L’immagine che utilizzi deve attivare il cervello rettiliano, quello che consuma meno energia e che, quindi, riduce l’effort mentale.

Un’immagine troppo complessa e ricca di elementi richiederebbe l’intervento del cervello analitico per poter essere interpretata (e questo cervello, quello analitico, consuma molti Watt).

Inoltre, le immagini dovrebbero essere in grado di esplicitare il contesto ed il problema già in fase iniziale della presnetazione.

Il contesto, dal canto suo, ha l’obiettivo di far immedesimare l’interlocutore nello scenario che stai per descrivere e farlo, di conseguenza, sentire direttamente coinvolto nel problema.

Ad esempio: supponiamo la che la tua startup stia risolvendo il problema dell’inquinamento.

Un ottimo scenario descrittivo e coinvolgente potrebbe essere qualcosa di questo tipo:

“tu che sei di Milano, sai bene quanto l’inquinamento urbano impatti sulle nostre vite”. Vediamo se anche tu sei a rischio:

  • vai mai al lavoro in bicicletta o in monopattino?
  • vai spesso al parco a fare jogging?
  • quanto tempo trascorri in città?

Bene, credo tu abbiamo capito l’approccio: far sentire il pubblico parte del contesto in maniera da creare quella sensazione di “si, raccontami la tua soluzione, voglio ascoltarla”.

Una volta presentata la tua soluzione, ovviamente, seguirà la fase di resistenza e diffidenza nella testa del tuo interlocutore.

Risonanza semantica

Ovvero quello che un’immagine trasmette al tuo cervello, il pensiero che ci costruisci sopra.

Te lo spiego così:

Mi sembra chiaro no?

Tutto dipende se stai promuovendo una catena di fast food o una startup che vende cibo vegano per salvaguardare il pianeta!

Resistenza e CTA

Della serie “perchè dovrei fidarmi o credere che la tua soluzione abbia un esito positivo su questo problema?”

Chi sei tu per dirlo?

In pratica devi creare un trust.

Puoi farlo presentando il progetto pilota, elementi di validazione, numeri e metriche di mercato a supporto della tua tesi.

Ma l’obiettivo è vincere la resistenza e portare l’utente a pensare “ok, mi hai convinto. Cosa devo fare ora?”

Ed è proprio questo il momento della chiusura della presentazione in cui dovresti inserire quella che nel marketing viene definita CTA (call to action).

Devi dare un seguito.

Devi chiedere qualcosa, un gesto, un’azione appunto.

io di norma, inserisco un Qrcode per fissare una call di approfondimento, un meeting, un incontro.

Ma non è detto che sia sempre questo l’obiettivo: potresti proporre un il download della tua app, l’iscrizione ad una beta, un caffè insieme etc.

Biografia e framework

Lean presentation design: libro di Maurizio la Cava

Neurocopywriting: libro di Marco la Rosa

Le armi della persuasione: libro di Robert Cialdini

Framework: link al download

Filippo Scorza
Filippo Scorza
Sono un digital enthusiast, ho un transponder sotto pelle, faccio volontariato digitale nei paesi in via di sviluppo e mi piacciono i progetti in beta!
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